Sulle cuffie, non tutto è chiaro

L’ascolto in cuffia, anche grazie agli smartphone, è diventato uno dei maggiori veicoli di fruizione della musica. Ma rispetto al passato molto è cambiato.

Le prime cuffie davvero “portatili” portano la firma di Sony, erano in dotazione al Walkman, e quelli con i capelli bianchi come me le ricordano molto bene. Un semplice archetto in acciaio regolabile, due altoparlanti da 2 cm e due cuscinetti molto poco isolanti.

Le cuffie Fostex TH610 possono essere agevolmente pilotate da un riproduttore digitale portatile (DAP) o da uno smartphone con DAC esterno, con prestazioni di alto livello.

Ci rendevano felici, suonando davvero bene per i limiti dell’epoca (e meglio quando le batterie erano nuove). Uscirono poi alcune alternative, tra le quali le Porta Pro della Koss erano senza dubbio le migliori (ancora oggi sono tra le top seller). Le cuffie “serie” dell’epoca erano troppo difficili da pilotare per una sezione di potenza così modesta come quella dei primi walkman. Poi la situazione si evolse, fino ad arrivare al Walkman Pro, sempre della Sony, ma questa è un’altra storia e non è scopo dell’articolo.

Quindi, dopo un lungo momento di quiescenza delle cuffie, che sembravano essere state relegate a un accessorio quasi del tutto inutile, almeno nei salotti buoni dell’Hi-Fi, negli ultimi anni, diciamo 5, stanno vivendo un momento di grande successo. E questo non solo tra le pareti domestiche, ma anche nel mondo della portabilità, grazie alla connettività Bluetooth, ai nuovi circuiti di Noise Cancelling sempre più evoluti, e alle tecnologie di miniaturizzazione (vedi gli ear bud). Ed è proprio qui che si gioca la differenza.

Siamo infatti in un mondo sempre più orientato all’alta definizione con servizi di streaming come Qobuz e Tidal, solo per fare un esempio. E d’altro canto i DAP, Digital Audio Player, ma non di meno gli smartphone dotati di convertitore DA esterno, sono in grado di fornire prestazioni da primato e assolutamente impensabili fino a qualche anno fa.

Ma qual è il limite di tutto questo? L’analogico e il digitale. E le loro “conversioni”. Già. Utilizzando infatti cuffie “a filo”, esclusivamente analogiche, è possibile godere del massimo della qualità possibile, che sia tramite un DAP o un cellulare collegato a un DAC esterno. La conversione DA e l’amplificazione per cuffia verrà effettuato da device dedicati e prestanti, all’interno del DAP o nel DAC, e si riusciranno ad ottenere eccellenti performance.

Astell & Kern SE180 è il primo DAP in commercio ad offrire l’intercambiabilità del DAC. Offre prestazioni davvero di alto livello ed eccellenti capacità di pilotaggio.

E se, invece, utilizziamo una cuffia Bluetooth? Il discorso cambia decisamente. Soprattutto se si è sborsata una bella cifra per comprare un DAP. Vediamo il percorso del segnale. Una volta che è stato estratto dal servizio di streaming, viene spedito in digitale direttamente al chipset di trasmissione Bluetooth, che normalmente è un Qualcomm. Utilizzando il miglior codec possibile, magari l’aptX HD, l’audio digitale viene trasmesso alla cuffia. Quest’ultima decodifica lo stream BT secondo le sue massime capacità, e attraverso un convertitore DA che non ha mai una risoluzione superiore di 96/24, spedisce all’amplificatore che pilota gli altoparlanti integrati.

Qualcomm ha annunciato un supporto BT a 192/24 ma ancora non se ne vede traccia, quindi nel migliore dei casi rimaniamo, durante la trasmissione, a 96/24. La prima domanda, quindi, in caso di collegamento BT tra sorgente e cuffia, è: quale senso ha cercare file ad altissima risoluzione se poi la catena non è in grado di riprodurla? La seconda questione, non meno interessante, è: che senso ha comprare un DAP molto costoso con un bellissimo DAC interno e un prestante amplificatore per cuffia se, ascoltando tramite Bluetooth, non lo usiamo? E le questioni non si “alleggeriscono” nel caso si utilizzi un DAC esterno a uno smartphone.

Molte cuffie BT sono dotate anche di un ingresso analogico, e c’è chi compra comunque il DAC nella pia illusione di ottenere un miglioramento. In questo caso la situazione potrebbe essere ancora peggiore rispetto a quella del DAP. È possibile, infatti che il segnale uscente dallo smartphone in analogico dopo una conversione effettuata (magari ad altissima risoluzione) dal DAC interno (e quindi facciamo una prima conversione DA), venga fornito alla cuffia tramite un ingresso analogico che però viene subito seguito da una conversione AD per far entrare il segnale a valle del chip BT per poi seguire la stessa strada di prima. Pochissime cuffie BT hanno un ingresso analogico “vero”, che permette quindi di pilotare gli altoparlanti direttamente, e solo in quel caso il collegamento in analogico ha un senso.

Chord Mojo è un convertitore D/A compatto e ad alte prestazioni, adatto ad essere utilizzato in mobilità con smartphone iOS o Android.

Per salvare capra e cavoli, l’unico modo sarebbe quello di entrare in digitale dentro la cuffia BT. Non tutte lo permettono, ma in questo caso si esce dal DAP o dallo smartphone (tramite cavo camera connector per Apple e OTG per Android) e si entra direttamente in digitale nella cuffia, senza doppia conversione, ma comunque siamo dipendenti, per la qualità finale, dal DAC interno alla cuffia e dal suo amplificatore. A peggiorare il quadro c’è anche una significativa differenza di prestazioni elettriche man mano che la batteria si scarica, soprattutto nei prodotti più piccoli o economici.

Le conclusioni allora sono semplici. Forse anche troppo. Se vogliamo il massimo della qualità in mobilità dobbiamo per forza di cose affidarci a una cuffia totalmente analogica. Certo poi perdiamo la comodità del BT, magari quella della cancellazione del rumore, tutto questo è vero. Ma otterremo una riproduzione “quasi” al di sopra di ogni sospetto, sfruttando la piena risoluzione dei servizi di streaming e le piene capacità del DAP o del DAC collegato allo smartphone.
Buon ascolto “analogico” allora!

Giancarlo Valletta

Author: Redazione

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