ELAC Varro DS1200-GB

La teutonica (ma ormai americanizzata) ELAC quest’anno potrà vantare una storia lunga 1 secolo, iniziata con l’acustica sottomarina dei sonar. Nel secondo dopoguerra ha esordito col primo prodotto audio di consumo, un giradischi, prodotto con cui ha cavalcato gli anni ’70 e i primi ’80, quelli della stereofonizzazione di massa, proponendo anche giradischi e fonorivelatori. Dall’84 ha iniziato a produrre sistemi di altoparlanti, sviluppando anche componenti originali e pregiati, come i tweeter a nastro dalle risposte ultrasoniche, anche in versione omnidirezionale.

subwoofer Elac Varro DS1200-GB

Nel vasto catalogo di diffusori, articolato su più famiglie di prodotto, con estetica nordica, vale a dire accomunate da razionalità e discrezione, per la maggior parte al confine con l’anonimato, troviamo ben 15 modelli di subwoofer, di cui questo è la proposta-top. Nel sito web c’è un po’ inflazione di superlativi che trasudano orgoglio e i subwoofer sono dichiarati come “i migliori della categoria” (e fin qui non c’è da stupirsi). Il marchio si autonomina pioniere nella gestione dei controlli dei subwoofer tramite app su dispositivi portatili personali, completi della funzione di “equalizzazione automatica”. Varro è un marchio affibbiato ai subwoofer più tosti del catalogo, proposti comunque in varie taglie. È indicato come un “nome maschile di origine latina che significa duraturo e forte”. Mmmh: apprezzo la stima mitteleuropea per le nostre radici culturali, ma sento puzza di marketing!

Unboxing

Dopo il mostro provato in AUDIOreview di settembre la stazza di questo nuovo generatore tellurico non ci intimorisce. Con poche mosse studiate ci siamo liberati del voluminoso imballo e scrutiamo l’oggetto, che rivela subito scelte di carattere, a parte la solita finitura nera a specchio, fatta apposta per memorizzare abrasioni e impronte digitali. La pianta è trapezoidale, con ben 2 wooferoni montati sulle facce laterali oblique, inclinate a restringere il frontale, in cui campeggia solo una targa metallica, intarsiata nella base, che segnala l’accensione illuminandosi per trasparenza (addirittura con luminosità regolabile). Nel complesso il frontale, 35 mm più stretto del posteriore, snellisce di sicuro il “mamozzio” (termine vernacolare che indica oggetti pesanti ed ingombranti più del desiderabile) ma gli altoparlanti laterali non possono certo essere incastrati in spazi angusti, quindi paradossalmente la soluzione è visivamente più snella ma potrebbe aver bisogno di più spazio rispetto a sub con tradizionale altoparlante frontale. Però, parafrasando lo slogan di una vecchia pubblicità in inglese maccheronico, 2 woofer sono meglio di 1: la superficie radiante, il volume d’aria posto in vibrazione e la potenza applicabile raddoppiano. Praticamente il potenziale diviene equivalente a qualcosa tra 16” e 18”. E scusate se è poco.
Ne parliamo tra un po’.
Ovviamente sono doppie anche le tele protettive, con telai in MDF smussati e rifiniti in maniera impeccabile, dotati di spine metalliche per il saldo inserimento in boccole di gomma. Certo, pure il peso e i costi raddoppiano. Quindi ho benedetto un peso complessivo comunque gestibile e l’uso di piedini che facilitano la presa. I piedini incorporano una boccola filettata in cui poter avvitare le acuminate punte coniche fornite a corredo, utili ad attraversare tappeti e moquette oltre che a procurare irreparabili danni ai parquet.

I woofer

Quella del recensore tecnico è razza oltremodo curiosa e senza indugi sono andato all’assalto di uno dei woofer, per rimuoverlo e studiarlo e per poter sbirciare l’interno del mobile. Le viti di fissaggio sono invisibili perché coperte da eleganti flange anulari che si rivelano essere non di volgare plastica ma di metallo stampato, con protuberanze che si inseriscono in fori di fissaggio che circondano i cestelli dei woofer. Il livello d’industrializzazione è altissimo. Svitando le varie viti di fissaggio ho quindi estratto il componente, liberandolo dal cablaggio fascettato su una razza del cestello e terminato con contatti faston con sicura.

woofer
Il woofer ha membrana emisferica in sandwich composito alluminio-carta. La cerniera a canotto di gomma ha un inedito disegno dodecagonale. Cestello in lega con dimensionamenti generosi ma non esasperati dei magneti, del diametro di appoggio del centratore e del diametro della bobina mobile.


Estratto il woofer troviamo il sempre opportuno setto interno in grado di vincolare ed ammortizzare i magneti, evitando che un urto durante il trasporto procuri strappi disastrosi, anche se, in questo caso, la protezione è garantita solo lungo l’asse verticale.
I pannelli di MDF in cui sono montati i woofer risultano doppi, per uno spessore complessivo di 36 mm. Solo chi si sia cimentato in autocostruzioni di casse con pareti sghembe conosce le difficoltà di costruzione di questo mobile. Al suo interno, solo 1/3 della superficie è coibentata da una falda di assorbente acustico fibroso.

woofer
Il setto interno irrigidisce il mobile e fa da vincolo ammortizzato per i 2 grossi gruppi magnetici, proteggendoli da urti lungo l’asse verticale. L’interno del mobile ha poco assorbente acustico disposto su 1/3 della superficie interna.


Il diaframma dei woofer ha l’ormai stravisto profilo a calotta concava, in questo caso realizzato con un sandwich composito di alluminio con anima in carta, così la caratterizzazione visiva è offerta dallo spesso bordo dodecagonale, la cui consistenza più che ricordare una camera d’aria ricorda un copertone a cui sembra mancare solo il battistrada.

Frequentemente sento ancora associare l’elevata rigidità dei woofer alla scarsa efficienza e bassa sensibilità. I colpevoli sarebbero bocciati nel mio esame, quindi vale la pena ribadire come in realtà la cedevolezza non compaia affatto nelle espressioni matematiche che calcolano tali parametri. Del resto, i woofer professionali, quelli per sonorizzare gli stadi, non sono forse caratterizzati da elevata rigidità? Il fatto è che i subwoofer devono avere anche bassa frequenza di risonanza per poter raggiungere l’estremo inferiore senza troppi funambolismi.

woofer
Attraverso le ampie aperture di ventilazione ricavate lateralmente, dietro al centratore, è visibile un tratto significativo della bobina mobile, la cui notevole lunghezza è stimabile in oltre 55 mm complessivi, valore che nella configurazione duale risulta di fatto raddoppiato.

Bassa frequenza ed alta rigidità impongono elevate masse mobili e queste sì che riducono sensibilità ed efficienza! Inoltre, a differenza dei normali woofer, per avere più capacità d’escursione lineare, le bobine mobili dei sub sono lunghe e sfruttano poco l’induzione magnetica presente, per quanto maggiorata da magneti enormi.

Dopo averne scritto in più occasioni mi sembra superfluo ricordare ancora che quando le escursioni si misurano in centimetri, l’adozione di bordi a canotto diviene pressoché obbligatoria. Sono incurante delle opinioni degli integralisti del bordo in tela (che in queste applicazioni si strapperebbe alla prima cannonata) e non mi lascio sedurre facilmente dalle fantasiose forme date dai designer ai canotti in gomma, in cui è difficile distinguere gli specchietti per allodole dalle soluzioni geniali, magari partorite col supporto dei più sofisticati software di simulazione multiphysics. Infatti, oltre a questa interpretazione poligonale, ricordo ondulazioni, scolpiture e protuberanze varie, fino alle creste high-tech. Io penso che sia il caso di giudicare solo sulla base delle misure strumentali. È un mondo spietato ma semplice: chi suona bene e più forte, ha ragione e vince.

woofer
ELAC fornisce il disegno dello spaccato che evidenzia l’accoppiamento rigido tra membrana e bobina mobile realizzato mediante una struttura conica con giuntura perimetrale.

Dopo aver apprezzato il bel cestello scolpito, in pressofusione di lega leggera e dotato di impeccabile guarnizione per montaggio sigillato, capovolgendo il woofer esce fuori che in realtà il cono c’è. È realizzato in materiale non dichiarato, potrebbe essere carta legata con qualche resina rigida, e nella falda sono ricavate ampie finestre perché risulti acusticamente inerte, in quanto funge solo da accoppiamento rigido tra la bobina mobile e la calotta. Rispetto ad altre soluzioni incontrate, in cui l’accoppiamento rigido era su una circonferenza mediana, nodale, in questo caso la circonferenza di contatto è perimetrale. Onestamente non penso faccia molta differenza in quanto il movimento dei sub è relativamente lento e comunque lo stress delle accelerazioni più brusche è molto più duro per l’accoppiamento meccanico di diametro minore, cioè quello tra cono, centratore e supporto della bobina mobile, che in questo caso ha diametro di circa 64 mm.

La documentazione pubblicata da ELAC intende comunicare che l’originale forma dodecagonale della cerniera in gomma sia il risultato ottenuto col supporto di sofisticati software di simulazione multiphysics.

Dalle ampie aperture laterali tra traferro e piano di appoggio del centratore, ben distanziati, si ammira una bobina mobile decisamente lunga. La lunghezza della parte visibile, di circa 25 mm, consente di stimare l’escursione lineare. E qui occorre ricordare che in questo sub tutto vale doppio, come doppio è il grosso magnete in ferrite che fornisce l’induzione e che garantisce una sufficiente distanza del fondello abbondantemente sagomato, per scongiurare disastrosi urti a fondo corsa. Il supporto della bobina è privo di fori di ventilazione e così, nonostante il cestello mostri ampi spazi aperti su cui la bobina affaccia, anche il polo centrale è forato per evitare sovrapressioni e per ulteriore smaltimento del calore.
In tutto questo generoso dimensionamento qualche dubbio è sollevato dal diametro del centratore, inferiore ad alcuni efficaci concorrenti diretti, quindi con un angolo di movimento notevole, necessario ad assecondare la notevolissima escursione stimabile.

Dai morsetti d’ingresso, diametralmente contrapposti, una spessa trecciola litz, con siliconatura di protezione in prossimità dei morsetti, conduce il segnale serpeggiando attraverso le corrugazioni del centratore, essendo così in grado di seguirne ogni grado di deformazione.
I parametri TS misurati su uno dei 2 woofer sono quelli tipici dei componenti di questo tipo, con patrimonio genetico di origine car audio. La massa mobile non è esagerata, anche perché il motore magnetico non raggiunge livelli mostruosi, e ne risente la frequenza di risonanza, che partendo da 38 Hz imporrà profondo sfruttamento dell’amplificazione. Quello che impressiona e promette bene è il volume d’aria spostabile, che nella coppia è stimabile in quasi 3 litri. Valore da primato. Ma poi occorre spostarli anche in maniera lineare, meccanicamente e senza esaurire il fiato dell’amplificazione, e non è uno scherzo.

Il carico acustico

C’è poco da dire in più di quanto dimostrato e ripetuto in mie precedenti prove e articoli tecnici divulgativi: con adeguate caratteristiche meccaniche del woofer, la “banale” cassa chiusa risulta la scelta d’elezione per i subwoofer domestici con risposta estesa in banda infrasonica. Semmai c’è da meravigliarsi di quanto sia qui limitato il volume associato ad ogni altoparlante: a conti fatti, e con generosità, siamo ben sotto i 30 litri ciascuno a fronte di una superficie radiante complessiva equivalente a quella di un ipotetico 17”. La partita delle prestazioni si giocherà sulla linearità realmente dimostrata, perché certo car hi-fi è pieno di subwoofer dal look minaccioso e con escursioni meccaniche incredibili, sulla carta, ma con distorsione talmente elevata da confinarli al ruolo di fenomeni da baraccone, buoni solo per video volgari da pubblicare nei social network.


La configurazione con doppio woofer contrapposto è certamente dispendiosa ma, nell’obiettivo di neutralizzare con forze uguali e contrarie le sollecitazioni meccaniche sul mobile (già particolarmente robusto e inerte), ricorda illustri precedenti della East Coast americana, primi fra tutti i grandi diffusori Allison, seguiti dai discussi Acoustic Research AR9, fino ai sub GoldenEar e JL Audio.

L’elettronica

Il grande pannello posteriore consente qualsiasi tipo d’ingresso: bilanciato XLR, sbilanciato RCA, più due coppie di robusti morsetti per collegamento di potenza, in parallelo ai diffusori principali. Devo purtroppo ripetermi lamentando l’assenza di un filtro passa-alto verso il sistema principale, che consenta la salvaguardia dei woofer e la massima qualità anche di tutta la banda media. A livello linea ci può pensare un crossover elettronico esterno ma nel caso di collegamento “di potenza” dovremo affidarci alla provvidenza.
Sono presenti prese di collegamento per un comando esterno a 12 V, una USB per l’eventuale aggiornamento firmware e una RJ45 Ethernet che lo stringato manuale indica solo “for control”. Un pulsante consente l’accoppiamento col trasmettitore proprietario AirX2, per il collegamento wireless di un massimo di 4 subwoofer. L’unico comando presente è quello del volume, in quanto ormai l’interazione con un subwoofer è talmente articolata che l’unica possibilità è quella di interagire tramite una console software, molto praticamente (ed economicamente) realizzata mediante un’app per dispositivi portatili, ovviamente sia su base Apple iOS che su base Android, in collegamento Bluetooth. Oggi è normale, ma ELAC ha iniziato a farlo nel 2015, assicurandosi il premio EISA.
L’elettronica interna si rivela decisamente più complessa del solito e lascia presagire un approccio assolutamente non minimalista. Solo presagire perché le informazioni sulle scelte tecniche sono custodite gelosamente.

posteriore
Il pannello metallico dell’elettronica segnala la tecnologia BASH scelta per lo stadio finale, il cui calore è smaltito da un radiatore con struttura a tunnel verticale. A parte il volume, tutti i controlli sono delegati al software su dispositivo portatile.

L’unica spiegazione per avere una così ridotta documentazione sulla tecnica di un sistema così complesso è che l’ufficio marketing ELAC non comprenda dei tecnici. Peccato, perché i contenuti tecnici sono tanti, ed anche relativamente originali, ma posso presentarli solo in via estremamente superficiale.
Il processore di segnale è basato su un doppio DSP di Asahi Kasei, il colosso giapponese che produce un po’ di tutto ma che condivide giusto il nome, peraltro molto comune in Giappone, con Asahi Pentax e Asahi Brewery. Sul PCB ho trovato un AK7735 che incorpora 2 DSP, con ADC a 28 bit, DAC a 32 bit e unità di calcolo a 52 bit in virgola mobile, in grado di lavorare con frequenze di campionamento fino a 192 kHz.
Ma il DSP non è usato solo per l’abituale equalizzazione della risposta e per la delimitazione della banda riprodotta, tramite filtri. Sembra svolgere un lavoro molto più complesso, per realizzare una particolare tipologia di amplificazione, denominata BASH. Anche di questa si sa pochissimo, al punto da non essere classificata in una vera e propria classe a sé. Della BASH (Bridged Amplifier Switching Hybrid), nel web, a parte il brevetto US5075634 di fine 1990, non si trova granché ma la stessa soluzione elettronica è stata già incontrata nell’amplificatore ELAC Element EA 101EQ-G, provato da Mario Mollo nel n.389 con tanto di magistrale appendice storico-tecnica di Fabrizio Montanucci. Quindi NON si tratta del classico finale in classe D, ormai abituale nei subwoofer di varie dimensioni. La tecnica BASH ha uno stadio di uscita in classe AB a ponte ma con una tensione di alimentazione mantenuta costantemente poco più alta della tensione inviata in uscita. Il sistema risulta particolarmente efficace finché la frequenza del segnale non è troppo elevata, quindi è particolarmente idoneo ai subwoofer.

cablaggi interni
I cablaggi interni sono scrupolosamente inguainati in calze di materiale espanso. L’elettronica è particolarmente articolata: il finale poggia su un alimentatore switching particolarmente complesso, a
tensione di uscita variabile, poi c’è il front-end analogico, il DSP con ADC e DAC, e il controller per i collegamenti multisub e per il dialogo tramite Bluetooth con l’app su dispositivo portatile.

A differenza delle classi di amplificazione G e H, con tensioni di alimentazione commutate tra livelli fissi, nel BASH l’inseguimento è ottenuto con un feedforward del segnale d’ingresso, digitalizzato, che controlla uno stadio alimentatore a commutazione PWM (modulazione di larghezza degli impulsi) la cui tensione variabile d’uscita è praticamente quella fornita da un amplificatore in classe D. Per tale ragione qualcuno classifica la tecnologia BASH come un ibrido tra classe D e classe AB. Non a caso anche l’efficienza energetica sembra risultare intermedia, dell’ordine dell’80%. Sarà anche per questo che l’abbondante elettronica interna ha ben 8 dispositivi di potenza raffreddati da un massiccio radiatore esterno, sagomato a tunnel per consentire un “effetto camino”, anche se è sperabile che non ne esca mai del fumo. I 2 woofer sono connessi in parallelo, quindi l’amplificatore è monofonico e accreditato di 2.400 W di picco. La metà continui. Dovrebbero bastare a non limitare il potenziale dei trasduttori, anche se il ridotto volume di carico fa prevedere un’equalizzazione piuttosto spinta.

Note d’uso

Sarà anche che è stata ELAC ad introdurlo sui subwoofer ma nel 2025 il controllo di qualsiasi cosa tramite app installate nell’onnipresente smartphone che ci portiamo in tasca (o in un più comodo tablet) non fa più notizia.
Quindi, nell’app ELAC, dalla grafica ben rifinita, troviamo, oltre al controllo del volume, un menu da cui scegliere la regolazione dei soliti parametri per la regolazione dell’incrocio: frequenza passa-basso, fase continua (tra 0° e 360°) e ritardo (fino a 20 ms). Notiamo solo l’assenza di una regolazione manuale dell’estremo inferiore, per adattarsi alle dimensioni e caratteristiche della sala d’ascolto, sostituita dalla possibilità di scegliere una risposta tra 4 preset (flat, music, cinema, notturna). Una scelta sicuramente più immediata ma meno tecnica.


L’app su dispositivo portatile, oltre a replicare il controllo del volume, ha un comodo menu per gestire l’incrocio, controllando frequenza di taglio passa-basso, fase e ritardo. Manca un controllo dell’interazione con l’ambiente all’estremo inferiore ma sono presenti 4 preset definiti dal fabbricante per altrettante situazioni-tipo.

Siamo talmente assuefatti a queste comodità che addirittura abbiamo un déjà vu anche con la sofisticata equalizzazione ambientale, per il contrasto dei modi di risonanza più invadenti, qui offerta tramite una batteria parametrica di fino ad 8 filtri bell, sintonizzabili con precisione al singolo hertz, con guadagno fino a ±10 dB e con fattore di risonanza tra 1 e 14.
Certamente più complessa, e quindi più interessante, risulta la funzione di equalizzazione automatica (Auto EQ) con tecnica simil-DRC (Digital Room Correction), che dovrebbe incaricarsi di impostare anche livello, incrocio e fase, con un algoritmo che sfrutti le informazioni rilevate tramite misure acustiche nell’ambiente, in questo caso operabili direttamente col microfono incorporato nel dispositivo portatile di controllo. Alle basse frequenze la qualità delle misure ottenute con tali mezzi di fortuna è probabilmente superiore a quanto ci si può attendere e si tratta quindi di un trend sicuramente in crescita, dato che la soluzione fai-da-te è affascinante: niente acquisto di microfoni e strumenti di misura, tutto apparentemente alla portata di pochi click da parte di dita assolutamente ignare di elettroacustica.
L’Auto EQ è guidata passo-passo: misura della risposta in campo vicino, con una spazzolata a frequenza decrescente, per stimare la risposta quasi-anecoica; una seconda spazzolata con misura nella posizione d’ascolto per ricavare per differenza tra le 2 la risposta dell’ambiente; correzione con visualizzazione delle risposte in frequenza prima e dopo la cura, che risulta giustamente orientata ad una logica sottrattiva, che va ad attenuare gli eccessi più che a riempire le carenze. Se il processo risulta efficace quanto è semplice l’esecuzione, il successo è assicurato. Ragionevolmente l’automatismo potrebbe anche comprendere la compensazione del room gain, esplicito in vari concorrenti ma a comando manuale.

L’ascolto

Come partner per la forza bruta del subwoofer Varro ho cercato nella numerosa famiglia ELAC, ed ho trovato i bookshelf Carina BS243.4 (prova in AR n.438), vero concentrato di raffinatezza. I problemi sono emersi per l’assenza di un trattamento passa-alto integrato nell’elettronica del sub (pecca purtroppo diffusissima e che non mancherò mai di censurare), che consenta di risparmiare le frequenze più basse ai diffusori frontali, in particolare quelli a 2 vie, esaltandone le prestazioni di trasparenza a media frequenza, non più affette da problemi di intermodulazione, e consentendo dinamica complessiva decisamente superiore.


Altre schermate dell’app consentono l’equalizzazione ambientale con 8 punti d’intervento e la guida passo-passo che rende a portata di tutti la digital room correction, con un algoritmo che imposta l’equalizzazione automatica a partire dal confronto tra le misure acustiche effettuate tramite il microfono del portatile, sia in campo vicino che nel punto di ascolto.

Confesso che i miei livelli d’ascolto ottimale sono quelli “coinvolgenti”, anche se non estremi. Del resto non si può giudicare una granturismo facendo il giro dell’isolato: se non un test in pista, almeno una sgroppata in autostrada ci vuole! Ma in questo caso, a causa della non disponibilità di espedienti in grado di evitare di strapazzare troppo i deliziosi minidiffusori, tra gli 85 dB della loro sensibilità e le condizioni energivore della sala d’ascolto iperassorbente della redazione, ho dovuto rinunciare del tutto a sensazioni forti.
Prima di passare ad alcuni irrinunciabili classici (Peter Gabriel di The time of the turning-reprise) ho sperimentato una nuova playlist, di repertorio più recente. Vi devo prima raccontare che, nel lontano 1991, nel “XIV Festival di Musica Verticale”, un convegno internazionale di musica elettronica, fui relatore della lecture “Basse frequenze come strumento di creazione musicale. Problemi di riproduzione e possibili soluzioni”, per i tanti musicisti presenti un provocatorio invito ad osare di più in una banda con così alto potenziale emotivo, finalmente alla portata degli adeguati sistemi di riproduzione.
A distanza di 34 anni mi sembra che quella provocazione sia stata abbondantemente metabolizzata anche dal mainstream e non solo dai generi sperimentali, difficili da digerire. Snocciolando la mia playlist, molto pop, che ora comprende James Blake (Limit to your love), Lorde (Royals), Darkside (Paper trails), The XX (Angels), oltre a brani più stagionati (Geoff Castellucci di Big Bad John, Malia di Celestial Echo, Anette Askvik di Liberty, Massive Attack di Angel, nonché le hits: Billie Eilish di Bad guy e Madonna di Frozen) si trovano tanti passaggi a base di suoni sintetici che, con il sostanzioso e fedele contributo delle prime 2 ottave, stravolgono il potere emotivo dei brani.
Inutile dire che, ai livelli d’ascolto imposti dalle condizioni al contorno prima descritte, il subwoofer ha superato in surplace la lunga sequenza di brani di prova, con una riserva dinamica stimabile in almeno altri 10-15 dB, che meritano un prossimo test a livelli più allegri e coinvolgenti, in grado di sfruttarli a fondo. In sistemi HT in grado di controllare la banda inviata ai diffusori frontali e liberi da problemi di conviventi e vicinato, si potrà quindi dare fuoco alle polveri e i 2 wooferoni a bordo del Varro non si risparmieranno di certo, sfidando con autorevolezza i top di gamma concorrenti.

Le misure

le misure

Le misure iniziano con l’analisi della risposta in frequenza dei 4 preset disponibili che agiscono prevalentemente sulla parte più “energetica” della banda riprodotta. Si nota la diversa enfasi tra modalità music, che esalta l’estremo superiore, e la modalità movie, che si concentra nella zona medio-bassa. A queste curve occorre sovrapporre il taglio passa-basso di incrocio, qui documentato con 6 curve, tra 40 e 150 Hz.
Come atteso per un sub “importante”, con risposta in frequenza praticamente piatta fino all’estremo inferiore, le misure di distorsione si rivelano pressoché sovrapponibili sia con pressione di riferimento a 90 Hz che con pressione uniforme in tutta la banda. I 90 dB SPL fanno appena il solletico alla coppia di woofer, con componenti armoniche dispari sotto lo 0,5% sopra i 30 Hz e sotto il 3% all’estremo basso.
Già a 100 dB SPL la fatica si manifesta, specie tramite la 2HD, che sarà pure poco fastidiosa ma qui supera il 10% sotto i 30 Hz mentre le armoniche dispari restano comunque sotto l’1% oltre i 30 Hz. A 110 dB SPL si ha una crescita fisiologica di 2HD e 3HD, per giunta smussate nei primi 2/3 d’ottava dall’affacciarsi di fenomeni di compressione, che considero imputabili all’approssimarsi dei limiti dell’elettronica. La MOL ha insolito andamento discendente, da attribuirsi alla frequenza d’incrocio limitata a 150 Hz, con fin troppo rigore. Se i 116,5 dB SPL raggiunti nei terzi d’ottava centrali risulteranno decisamente godibili in ambito domestico, la caduta nel primo terzo d’ottava, a 40 Hz, lascia presumere scarsa vocazione agli effetti infrasonici. Del resto, la risposta elettrica documenta come il sistema acustico dei 2 woofer montati in un volume di carico che potrebbe essere dimensionato per 1, oltre ad essere sottosmorzato risulta risonante intorno ai 60 Hz. Quindi richiede un’enfasi che per raggiungere i fatidici 20 Hz arriva a quasi 19 dB e non è neanche moderabile tramite un controllo di limitazione della risposta per la migliore interazione con ambienti non particolarmente ampi. Significa che la potenza del segnale a quella frequenza è amplificata di 80 volte e i 1.200W dell’amplificatore di certo non batteranno la fiacca.

Conclusioni

Ancora una volta sentiamo la mancanza di un’uscita filtrata passa-alto, per restituire ai canali principali un segnale in grado di farli esprimere al meglio, anche salendo col volume. A parte questo, ELAC non ha certo lesinato impegno e risorse nell’offrire il proprio top di gamma. Il potenziale della configurazione a doppio wooferone è ambizioso e fa apparire molto concorrenziale il prezzo di vendita, inferiore a quello di concorrenti diretti che di woofer ne montano solo uno.
Francesco Sorino


ELAC Varro DS1200-GB

Subwoofer

  • Distributore per l’Italia: LP Audio, Via della Tesa 20, 34138 Trieste. Tel. 040.569824. www.lpaudio.it. info@lpaudio.it
  • Prezzo di listino: euro 3.000,00 (IVA inclusa)

CARATTERISTICHE DICHIARATE DAL COSTRUTTORE

  • Sistema acustico: cassa chiusa.
  • Amplificazione: BASH 1.200 W (2.400 W di picco).
  • Interfaccia utente: app su portatile Android o iOS in Bluetooth.
  • Altoparlanti: 2×12” con membrana composita.
  • Estensione (90 dB/1 m): 17 Hz in anecoica; 14 Hz in ambiente.
  • Filtro passa-basso: regolabile 40÷150 Hz. Livello massimo: 118 dB SPL/1 m (anecoico).
  • Ingressi: RCA stereo e LFE; stereo bilanciati XLR; livello altoparlanti.
  • Connessioni: Trigger 12 V; Ethernet; USB (aggiornamenti firmware).
  • Wireless: ricevitore incorporato per sistema ELAC.
  • Dimensioni (AxLxP): 42,1×51,7 (48,2 con telai) x41,6 cm.
  • Peso netto: 37,9 kg.
  • Finiture: nero lucido

Author: Redazione

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