Cromia zonale

Era del tutto ovvio che ci lasciassimo prendere la mano: dopo che Fabrizio Montanucci ha dato la sua legittimazione tecnica alle nuove misure, delle quali spero abbiate ora chiaro il significato, veniamo a vederne delle applicazioni pratiche su oggetti reali, dando anche qualche retroscena del come ci siamo arrivati, a queste nuove caratterizzazioni di un sistema di riproduzione ottica!

Già, una nuova misura: non bastavano quelle che già avevate? Chiaro che da parte di appassionati come noi tutti la risposta sia no: non si finisce mai di imparare, sperimentare, mettersi in discussione, studiare e ripartire di nuovo di corsa. Soprattutto in una materia come questa dove le certezze sono veramente poche, da parte anche dei “guru” della materia, che, a volte, dimostrano di avere poche idee ma ben confuse… Questa è una battutaccia generica e non rivolta ad alcuno in particolare, ma vi assicuro che l’osservazione di un mondo in piena evoluzione è evidente, e quindi la non staticità di un insieme di misure credo sia un fatto del tutto normale.

Anche perché, vi assicuro, più si traffica con le apparecchiature reali e più aumenta la voglia di paciugare con le stesse: sembra di avere davanti una fonte di divertimento costante, una sorta di Disneyland sempre aperto dove non bisogna neanche fare la fila per il simulatore di volo spaziale: gli elementi sono tutti lì, basta usare un po’ di cervello.

Ecco quindi che, come vi accennavo durante la relativa prova, un sabato mattina, mentre solo soletto nel laboratorio di Digital Video stavo finendo le misure di uniformità del Sony VPL-CS1, mi accorgo di un fatto: ma come mai questo proiettorino non ha solo delle differenze di intensità di luminosità, ma anche di equilibrio cromatico? Ovvero, detta in altri termini: posso accettare di vedere zone più chiare e più scure sullo schermo (e questo lo verifichiamo puntualmente ogni volta che sottoponiamo gli apparecchi alla relativa misura), e questo è vero per ogni tipologia tecnica di prodotto, dai miei cari CRT (che anzi non vanno affatto bene, da questo punto di vista) agli LCD fino ai DLP, che sono quelli che invece riescono meglio. Ma mi devo aspettare anche che la resa cromatica di questi oggetti sia diversa per le varie zone dello schermo, cioè che ogni area possa essere caratterizzata da un comportamento non costante, ma che mi dia luogo a variazioni del bianco tali da inficiare l’equilibrio complessivo? Sarebbe un bel guaio se fosse così… e forse lo è.

Spero che abbiate inquadrato il problema: se il mio bravo proiettore “interpreta” a modo suo l’area dello schermo, potrei, al limite estremo, trovare, in un pattern bianco, il centro perfettamente “pulito”, il quadrato in alto a destra blu fondo, quello a sinistra sempre in alto bello verde, ed abbassando lo sguardo vedere che l’angolino di sinistra è magenta; passando a destra, veder comparire un bel giallino limone: abbiamo realizzato una macedonia di colori davvero non utile per i nostri scopi!

Il problema però è dato dal fatto che una situazione del genere si può realizzare tranquillamente nella realtà: se pensate alla miniaturizzazione sempre più spinta degli LCD, che hanno raggiunto dimensioni raccapriccianti tanto sono lilliput, capite come tenere uniformemente allineati i 3 pannelli, rosso, verde e blu al variare delle condizioni di temperatura sia impresa davvero difficile.

La conseguenza di tale situazione? Drammatica se guardate un pattern bianco di test, dove spietatamente escono fuori bubboni colorati che sporcano il candore della tela; meno, ovviamente, su immagini reali da DVD, che sono principalmente quelle che interessano noi. Però, consideriamo un fatto: se la riproduzione del mio proiettore non è adeguata alla situazione, ovvero presenta i difetti dei quali dicevamo prima, la resa sulle superfici colorate, in zone vicine, può essere diversa: ed allora? In pratica, saremmo di fronte ad un comportamento “impazzito” della macchina, che ci restituisce mezzo viso di Cameron Diaz bianco perla ed un’altra metà gialla come se avesse lo scorbuto… Un vero peccato, no? Non dico che debba andare sempre così, ma è evidente che l’obiettivo di un home theater “assoluto” è di avere la maggiore uniformità di trattamento possibile per superfici dello stesso tipo, ed evitare di vedere precipitare i colori come se avessimo in mano un generatore di arcobaleni.

Non una misura astratta, dunque, ma qualcosa che ha a che fare con il comportamento reale di un sistema di riproduzione visivo: che si può tradurre in pratica con una superiore purezza del trattamento del segnale da parte di unità con un livello di uniformità elevato, ovvero che oscilli di qualche punto tra un estremo e l’altro.

Già, ancora una considerazione: non è dato il caso che le variazioni siano sempre dello stesso tipo, ovvero rosse oppure verdi o quello che vi pare: può tranquillamente succedere che una macchina abbia una tendenza al giallo a centro schermo ed al blu in basso… Perciò era importante dare una caratterizzazione cromatica di questo andamento, con delle grandezze che siano più vicine ad un andamento lineare: questo è il motivo dell’introduzione dello spazio CIELab, la cui “pensata” fu proprio quella di linearizzare il più possibile la differenza di coordinate cromatiche, che nello spazio CIE 1931 è invece piuttosto remota e poco vicina alla nostra percezione di distanza tra due punti. Ricordiamoci infatti che il nostro sistema operativo cerebrale è figlio di Euclide, per il quale il percorso più breve tra due punti è sempre una retta…

Ecco allora, tornando al nostro sabato mattina in laboratorio, accendersi la lampadina di Archimede Pitagorico (e con l’Euclide di prima, la Magna Grecia è servita!): il bravo recensore, colto da insania dementis, comincia ad armeggiare con il Sencore, alla ricerca di una qualche nuova verità. Tralasciando ora il tempo reale e tutto ciò che è successo dopo, vi dico che le discussioni in redazione sono state lunghe e perigliose, le consultazioni e lo studio terrificanti, le campagne di misure alle quali Emidio Frattaroli ed io abbiamo sottoposto tutti gli oggetti che assomigliassero anche lontanamente ad un emettitore di luce, frenetiche: quando siamo arrivati a voler misurare la torcia elettrica che ho dentro casa, Patrizia mi ha guardato con compassione ed avrà sicuramente pensato che l’equilibrio residuo del marito era andato a donne di malaffare!

Lo spazio di misura, come detto poco sopra, prevede la visualizzazione delle coordinate a* e b*, che sono i componenti dello spazio CIELab che ci pare più opportuno ed immediato adottare per definire un andamento maggiormente lineare.

È sembrato allora interessante andare a caratterizzare il comportamento di questi oggetti in funzione delle nuove modalità di misurazione; visto che i dati che riporto qui non sono delle misure in senso “TechniPress”, ovvero effettuate in ambiente controllato, con il generatore di cui siamo dotati, ed in condizioni standard, si ottiene di conseguenza che: i) non le chiamo misure, ma solo rilevazioni; ii) non vi dico a quali oggetti fisici fanno riferimento, ma solo che provengono dal “proiettore A”, dal “B” e via di seguito. Questo per non andare a caratterizzare in modo non opportuno, con dei numeri non ripetibili in assoluto, le macchine che misuriamo abitualmente. Anticipandovi che andremo a vedere tra breve cosa abbiamo misurato, vediamo brevemente come siano stati ottenuti questi valori che presentiamo.

Al posto dell’abituale generatore Fluke è stato utilizzato il disco test per eccellenza, ovvero quel Video Essentials del quale spesso mi arrivano richieste in merito alla reperibilità. Ne approfitto per dirvi che si trova solo su Internet, presso siti quali www.dvdexpress.com o www.dvdplanet.com, che, previo il versamento di pochi dollari ben spesi, ve lo impacchettano e mandano a casa. Servez-vous! Il pattern impiegato (bianco uniforme), non essendo presente, a standard americano, un valore in percentuale di bianco, è stato quello di 40 IRE, grosso modo corrispondenti al 40% di bianco (le scale sono leggermente diverse, ma non tanto da inficiare la sostanza). Per i puristi non è giustamente la stessa cosa, ma io vi ho anticipati dicendo che non le chiamo misure, ma solo rilevazioni… Come unità di lettura è stato impiegato il solito lettore Pioneer, dato che volevo evitare che un’apparecchiatura particolare come il Cassini (il DVD da computer a scanning progressivo) potesse intervenire in sede di valutazione con una sua caratterizzazione particolare, che offuscasse le prestazioni della macchina sotto esame. Il collegamento, essendone il DVD dotato, era a componenti qualora concesso dal proiettore; altrimenti la rilevazione è avvenuta in S-video. Naturalmente, la taratura, come sempre avviene in questi casi, era quella di default ovvero consigliata dal produttore.

Veniamo ora al perché di questa scelta, ovvero quella del pattern al 40% di bianco. Vi ricordo, se vi foste distratti nel frattempo, che il grafico che trovate pubblicato abitualmente per la valutazione dell’uniformità dell’illuminazione che un proiettore è in grado di produrre su di uno schermo è realizzato in condizioni di bianco al 100%. In altre parole, la macchina deve erogare tutta l’in­tensità luminosa di cui è capace (sem­pre nei limiti della taratura di base, perché, ovviamente, se alzo “a pal­­la” il contrasto, i va­lori che si ot­tengono sono drammaticamente diversi), e la mi­su­ra di uni­for­mi­tà serve appunto a darci conto di come questa luminosità venga distribuita sullo schermo. Se il pro­iettore fosse perfetto, non ci sarebbe nes­suna variazione muovendosi in una qualsiasi zona: dato che siamo esseri umani, capiamo facilmente che questo livello di astrazione è destinato a non trovare riscontro pratico: ogni oggetto fabbricato sulla Ter­ra e non sul pianeta Orguz è un com­promesso tra esigenze normalmente contrastanti, che conducono a risultati conseguenti. Certo che se l’unica cosa che troviamo con la misura di uniformità si rileva essere una sorta di castello turrito, dall’andamento altalenante peggio della Borsa mondiale nei momenti peggiori, non potremmo fare i complimenti ai progettisti, perché significa che il numero di compromessi accettati è stato forse eccessivo…

Bene, allora la domanda è naturale: perché vi siete andati a complicare la vita con un valore del pattern diverso? Non potevate mantenere lo stesso 100% e via così? No. Scusate l’apodittica affermazione, che è peggio di come trattavo i miei figli quando avevano tre anni per far capire che certe paroline proprio non era il caso di dirle, almeno in casa… Ma bisogna capire che le finalità della misura della quale stiamo parlando sono diverse da quelle della precedente, per cui anche le modalità mutano.

Figura 1 – Ecco un tipico esempio di una immagine da computer: evidente la predominanza del bianco.

Figura 1 – Ecco un tipico esempio di una immagine da computer: evidente la predominanza del bianco.

Se guardate alle figure 1 e 2 vi rendete conto che mentre la prima è la classica presentazione da computer, o schermata tipica da PC, se volete, caratterizzata da un livello del bianco o­serei dire ab­bacinante, la seconda è di tutt’altra fatta. Si potrebbe azzardare, in termini sta­tistici, che un contenuto rea­le proveniente da un DVD è dal 30 al 50% composto da parti scure: non necessariamente nere, ma tali da apparire al nostro occhio come prive di alte luci. Non sono in grado di darvi delle statistiche ferree, ma un’attenta osservazione che sto conducendo da tempo sui film che vedo mi fa sbilanciare in questa direzione. Se a­vete impressioni diverse, fatevi sotto! Attenti, però: parlando con i tecnici della Barco allo scorso Infocomm, ho avuto conferma che anche a loro giudizio la percentuale di bianco presente in un’immagine da film non supera il 25%: il che, detto in un altro modo, non è dissimile da ciò che vado sostenendo…

Figura 2 – Viceversa, su una situazione reale da DVD, la scena è molto più scura: questa è un’immagine da Dangerous Beauty alla quale mi riferisco spesso nelle recensioni.

Figura 2 – Viceversa, su una situazione reale da DVD, la scena è molto più scura: questa è un’immagine da Dangerous Beauty alla quale mi riferisco spesso nelle recensioni.

A corollario di questa considerazione, osservo anche che questa può essere l’ennesima motivazione della superiorità dei tritubo rispetto ad altri sistemi di proiezione, pensati per presentazioni e materiale per computer: mentre un LCD è nato e cresciuto con un PowerPoint come ideale, il buon tritubo dà il meglio di sé concentrando la luminosità che è in grado di spremere dai suoi fosfori proprio nelle immagini meno chiare, dove più che la virulenza del colpo fotonico può avere partita vinta la precisione dell’equilibrio cromatico, la corretta saturazione e la definizione di cui queste macchine sono capaci. Un LCD si trova a sbrodolare quantità di alte luci che non servono per quanto sono inutili, e non ha invece le caratteristiche per riprodurre il nero fondo. Altro inciso: delle dozzine di proiettori a cristalli liquidi presenti all’Infocomm nella sezione definita Shoot-out, ovvero una enorme comparativa in contemporanea di macchine affiancate in condizioni controllate, nessuno, dico nessuno, arrivava a produrre il nero, indipendentemente dal suo prezzo… Il che non mi sembra poco!

Chiuso il solito inno al tritubo (chissà come mai Haendel, che sto ascoltando in questo momento, non ha pensato di comporne uno!), spero che vi sia chiaro il motivo di questa scelta: volendo introdurre una modalità che finora non mi risulta pubblicata da nessuno, era opportuno che foste a conoscenza di come sia stata prodotta. Che non si tratti di un fatto peregrino e campato per aria mi è stato oltretutto confermato dai colloqui, invero piuttosto frequenti, che ho con Barco e SIM2, aziende delle quali mi fido perché sono capaci e professionalmente validi: anche loro, in modalità non dissimili, impiegano qualcosa di vicino alla cromia zonale per definire il comportamento dei loro sistemi. E visti i risultati…
Allora: veniamo a commentare un po’ cosa si è ottenuto da questa campagna di rilevazioni.

Figura 3 – Cromia zonale: il comportamento di un tritubo.

Figura 3 – Cromia zonale: il comportamento di un tritubo.

In figura 3 trovate il primo proiettore, che, come vedete dalle didascalie che lo accompagnano, è un amato tritubo. Gli estremi dei valori sono stati scelti a +/- 40 in unità a* e b*, perché abbiamo visto come sia significativo, sulla base di un certo numero di rilevazioni, avere escursioni di questo tipo. Osserviamo come il comportamento della macchina a CRT sia ancora una volta di enorme soddisfazione: andando a graficare (cosa che non facciamo per non appesantire la presentazione, ma che per curiosità vi invito a tracciare con un semplice foglio elettronico) l’andamento dei dati di temperatura di colore riportati in funzione delle 9 zone di rilevazione, si ottiene per l’ennesima volta quasi una retta, od almeno una struttura geometrica non tanto distante! E poi, visto che vogliamo caratterizzare l’equilibrio che la nostra unità è in grado di esprimere nello spazio, diamo un’occhiata: le variazioni sono molto ridotte, e l’entità del massimo difetto (-b*, ovvero eccesso di blu) non arriva a 3.6 unità come picco massimo: il resto è tutto contenuto verso valori che puntano allo zero, cioè all’equilibrio perfetto del bianco. Il risultato si commenta da sé, oserei dire; anche per il fatto che i valori riscontrati a 100 IRE che mi sono divertito a prendere, tranne che per quello di temperatura di colore nella zona P1 (in alto a sinistra), sono del tutto simili a quelli a 40 IRE; ed altrettanto si può dire dei valori di a* e b*, che mantengono quindi una loro costanza anche variando il livello di illuminazione. Quale commento, quindi? Che la macchina in questione non esprime alcuna preferenza per un colore in particolare, e mantiene un equilibrio centrato intorno al valore di riferimento: questo rappresenta, come abbiamo detto, una garanzia del fatto che il colore non andrà variando spazialmente all’interno del vostro schermo. Tritubo ancora sugli scudi, dunque!
Passiamo all’esame della figura 4. Qui troviamo un prodotto in tecnologia a cristalli liquidi, e vediamo di cosa sia capace. Credo che la differenza di comportamento sia abbastanza evidente, dato che le oscillazioni, marcate da una eccessiva presenza di giallo e di verde, sono sia sensibili in valore assoluto (la scala rispetto al tritubo è ovviamente la stessa) che come scostamenti relativi nelle varie posizioni. Il che corrisponde, vi dico chiaramente, alla percezione delle “macchie” sullo schermo che ho visto con frequenza preoccupante anche allo Shoot-out dell’Infocomm. D’altronde non è per nulla facile far collimare tre pannelli ad LCD e mantenerli in posizione relativa costante al variare della temperatura di esercizio: ed i risultati si vedono chiaramente! Anche qui ho effettuato un test a 100 IRE, e brevemente vi dico che i valori ottenuti mostrano una differenza rispetto ai 40 superiore a quanto presentato dalla precedente unità, sintomo di una difficoltà evidente nel mantenere la linearità che è prerequisito per prestazioni ottimali.

Figura 4 – Cromia zonale: il primo LCD, definiamolo “LCD1”.

Figura 4 – Cromia zonale: il primo LCD, definiamolo “LCD1”.

Eccoci arrivati all’esame di figura 5, dove troviamo ancora un esponente della categoria LCD, come sarà anche il prossimo (mi dispiace, ma questo passa il convento in questo momento!). Ancora un comportamento variabile, ma stavolta in modo del tutto personale: come vedete, l’entità degli scostamenti dalla linearità è inferiore in valore assoluto, ma questo non migliora il quadro generale: troviamo “pezzi” dove abbonda il giallo, altri ove trionfa il rosso (sempre forza magica Roma!), altri dove l’eccesso è di verde, od ancora di blu, in un ecumenico non fare torto a nessuno che danneggia solo gli acquirenti. Già, perché se volete il commento visivo di questa prestazione, lo definirei a “varicella”: macchie di ogni genere per ogni dove: preparate il borotalco prima di cominciare a grattarvi! Pesantissime le variazioni tra i 40 ed i 100 IRE con questa macchina: segno inequivocabile che mantenere il controllo in questa situazione è assolutamente difficile, ed il costruttore non c’è mica riuscito… Anche se forse più che a suo demerito la mo­tivazione va ricercata nella stessa tecnologia realizzativa e nei compromessi da accettare quando non si possa avere carta bianca in una progettazione scevra da vincoli.

Figura 5 – Cromia zonale: ancora un LCD, “LCD2”.

Figura 5 – Cromia zonale: ancora un LCD, “LCD2”.

Pronti per la figura 6? Ancora un LCD, stavolta con un andamento apparentemente schizoide: a fronte di valori piuttosto contenuti nelle variazioni, anche se presenti, abbiamo il valzer della temperatura di colore, che sobbalza da un lato all’altro. Ecco come la percezione si trasformi sempre in macchie sullo schermo, ma dall’andamento diverso: non più alterazioni cromatiche vere e proprie, ma oscillazioni nella completezza del colore.

Figura 6 – Cromia zonale: sempre LCD, stavolta “LCD3”.

Figura 6 – Cromia zonale: sempre LCD, stavolta “LCD3”.

Abbiamo qui un’interessante situazione, che ci deve far riflettere: se da un alto le variazioni dello spazio CIELab sono da ritenersi tutto sommato contenute perché i valori non eccedono mai i livelli di guardia, abbiamo di converso una temperatura di colore molto variabile. Questo ci dimostra che ambedue le grandezze sono necessarie per descrivere compiutamente un fenomeno non semplice, che deve quindi tenere conto delle verifiche strumentali derivanti da entrambi i contributi. La “prova provata” sta nel fatto che le misure, se non risultano corroborate da dati di visualizzazione possono (e la polemica è antica…) non essere sufficienti ad interpretare un fenomeno fisico.

Come al solito, l’interazione tra l’aspetto numerico e l’osservazione attenta dell’oggetto delle misure è essenziale per cercare di capire. Ripetiamo che quelle riportate qui non sono rilevazioni scientifiche, ma credo sia importante avere in anteprima un comportamento di una serie di videopro­iettori di tecnologia e clas­se di prez­zo diversi, per ra­gionare insieme su dei casi reali e non su astratta teo­ria. Da adesso in poi vedremo misure vere, ovvero replicabili nelle con­di­zioni standard del laboratorio della TechniPress. Buon divertimento!

di Andrea Manuti

da Digital Video n. 19 dicembre 2000

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