iFi hip-dac

Il gran caldo e la vita all’aria aperta dei mesi estivi suggeriscono una maniera più agile e meno “calorosa” per fruire di un buon ascolto in cuffia. iFi propone un piccolo DAC/amplificatore che collegato al proprio smartphone fornisce una buona risposta a questo desiderio.

iFi Audio è sempre stata molto attenta al settore di ingresso delle tipologie di apparecchiature audio – DAC, amplificatori per cuffia, alimentatori – che progetta e produce. Nella fascia di mercato degli apparecchi portatili, ha conquistato una posizione di rilievo attraverso la possibilità di impiegare alcune delle macchine da musica che realizza non solo in mobilità ma anche in casa grazie alle prestazioni che sono in grado di sfoggiare.

Il modello preso in considerazione questa volta rappresenta l’entry level della categoria DAC/amplificatori per cuffia. Un semplicissimo e compatto apparecchio che promette con poche mosse di stravolgere tutte le prestazioni a cui i nostri smartphone ci avevano abituato.

Progetto e realizzazione

Lo hip-dac di iFi è un oggetto estremamente compatto. Un contenitore in alluminio satinato dai lati lunghi arrotondati; da un lato la manopola del volume, un paio di piccoli tasti per impostare il guadagno o una discreta equalizzazione dei toni bassi e le uscite jack da 4,4 mm pentaconn bilanciata e la più classica stereo sbilanciata da 3,5 mm, sull’altro lato due prese USB A e C per la connessione dati e la ricarica: finito, tutto qui, l’essenzialità delle linee e delle funzionalità non offrono altro da descrivere. D’altra parte cosa ci si può aspettare di più da una macchina che promette di funzionare al primo colpo connessa ad una sorgente digitale se non di regolare il volume e godere dell’ascolto musicale che abbiamo cercato?

La foto in alto mostra la parte posteriore dell’hip-dac, con la porta USB di tipo C per la ricarica e tipo A per il trasferimento dati. Il lato frontale ospita invece la presa stereo jack da 3,5 mm per segnale sbilanciato e quella da 4,4 mm per l’uscita cuffie, bilanciata, oltre alla manopola del volume e i comandi di guadagno e di equalizzazione.

Come sempre nei prodotti iFi il succo di tutto ciò risiede nel cuore elettronico della piccola macchina. iFi nasce in Gran Bretagna ed è uno dei massimi esponenti della scuola di questa nazione sul tema della conversione Digitale/Analogico. Come ben sa chi segue le varie evoluzioni della tecnica nella realizzazione di macchine DAC, i progettisti europei utilizzano in abbondanza le varie tecniche di elaborazione del segnale non affidandosi unicamente alla pura elaborazione fatta da singolo chip di conversione.

Badate che abbiamo scritto “i progettisti europei” perché la stessa impronta si trova ad esempio anche negli USA, dove marchi come Playback Design appartengono alla stessa scuola di pensiero. Come dicevamo anche per il DAC portatile entry level del marchio i progettisti hanno voluto adottare una elaborazione del segnale PCM che permette loro di ridurre al minimo le distorsioni “digitali”.

Come ben noto nel mondo digitale a causa della risoluzione della rappresentazione fatta con un numero finito di bit e quindi con finiti valori numerici, che soprattutto vengono poi troncati per la rappresentazione secondo uno standard audio, i segnali di livello basso possono essere affetti da distorsione che si presenta nel momento della conversione in analogico, più dei segnali di alto livello.

Il color rosso distingue da sempre i circuiti stampati iFi. Un lato è occupato dalla batteria con una capacità di 2200 mAh, mentre il secondo lato ospita l’elettronica. Spiccano sulla sinistra la CPU XMOS e il convertitore Burr Brown DSD 1793 che operano sul segnale audio digitale mentre il piccolo microcontrollore (in alto al centro) sovraintende a tutte le funzionalità di servizio del DAC.

Una delle tecniche che viene usata di solito è quella di affogare i bit meno significativi, quelli che non riusciamo a decifrare con il nostro udito, in un rumore digitale con una opportuna distribuzione che permette successivamente di ridurre e completamente mascherare questo genere di distorsione. La tecnica citata è denominata dithering. In questo caso il progettista ha scelto una soluzione diversa. Solo i sei bit più significativi della rappresentazione numerica dei campioni sono convertiti secondo la tecnica classica mentre tutti i rimanenti bit meno significativi sono prima tradotti da PCM a PWM, ovvero secondo lo standard DSD, che beneficia di una miglior grana essendo passati dalla dimensione del valore numerico a quella della durata temporale (qui il clock gioca una grande partita ma oggi avere un clock molto stabile e risoluto non è un problema).

Questa parte del segnale è quindi convertita come puro DSD e alla fine le parti analogiche provenienti dalle due conversioni sono sommate tra loro. Il risultato lo si vede nel riquadro di misura curato da Fabrizio Montanucci; lo spettro del segnale a -70 dB non presenta distorsioni di sorta ma solo un fondo di rumore molto basso per la classe dell’apparecchio. I brani codificati in DSD invece seguono la strada della conversione diretta; come si sa il segnale DSD non è possibile elaborarlo, se non sovra o sotto campionarlo. La Figura 1 mostra il flusso elaborativo seguito. Un complimento al progettista.

Figura 1 – Le modalità di conversione dei formati PCM e DSD sono differenti. Il formato DSD è convertito direttamente mentre per il PCM sono convertiti come multibit solo i 6 più significativi. I rimanenti meno significativi sono prima trasformati nel formato DSD, poi convertiti in analogico e alla fine il segnale è sommato al contributo più significativo precedente.

Questo compito è stato affidato ad un piccolo processore della XMOS della serie XS1-U a 8 core e con una capacità pari 500 MIPS; il convertitore è invece un chip della Burr Brown, il modello 1793 capace di convertire sia il segnale PCM che quello DSD. Le uscite analogiche di questo componente sono bilanciate e questo ha spinto iFi a progettare un amplificatore operazionale proprietario, marchiato OV4627A, a 4 canali che utilizza un J-Fet, molto silenzioso, per ciascun canale. Questo permette un trattamento nativo bilanciato del segnale che viene sbilanciato solo per l’uscita jack da 3,5 mm. Chiudono le capacità di elaborazione del segnale di questo piccolo DAC/ampli cuffia una equalizzazione inseribile a piacimento nella parte bassa dello spettro, denominata X-Bass, per quelle cuffie che necessitano di una spintarella in questa regione, l’elaborazione MQA e infine la possibilità di aumentare il guadagno del segnale di circa 10 dB (3 volte) permettendo così l’utilizzo sia di auricolari intraurali – molto sensibili – sia delle più classiche cuffie sovraurali.

Note di uso e d’ascolto

I giorni in cui abbiamo per le mani il piccolo hip-dac di iFi sono roventi come lo sono oramai da qualche anno i mesi centrali dell’estate; l’utilizzo delle cuffie sovraurali diviene insopportabile per il caldo che generano i padiglioni, di conseguenza gli strumenti favoriti per questo tipo di ascolto divengono gli auricolari intraurali.

Con dei trasduttori così piccoli viene spontaneo l’ascolto in mobilità e così anche la sorgente per eccellenza non può che essere lo smartphone che è nativamente predisposto a collegarsi alle immense librerie di file audio HD dei servizi di streaming più comuni. Il piccolo di casa iFi è quindi quanto serve per far sì che nulla della bontà dei file audio si perda nei meandri dei nostri smart-phone che sono fatti per tutt’altro scopo che quello dell’ascolto musicale di alto livello. Abbiamo utilizzato come lettore l’app USB Audio Player Pro (UAPP), proprio l’applicazione che suggerisce il marchio; in realtà la usiamo da molti anni vista la perfetta integrazione con il sistema Android per l’invio di file audio digitali sulla porta USB – mentre per Apple il lettore di file nativo è già predisposto – senza degradarli, ovvero in modalità bit perfect.

Inoltre UAPP, così è comunemente denominata questa app, può utilizzare gli streaming di Tidal o Qobuz oppure un server DLNA, oltre naturalmente a quanto memorizzato all’interno dello smartphone. Lo hip-dac ha nella sua confezione anche il cavo giusto per il collegamento, un cavo OTG che quindi lascia passare solo i dati evitando di scaricare la batteria dello smartphone. Appena collegato lo smartphone ha subito riconosciuto la natura dell’apparecchio e ha chiesto se volevamo utilizzare il DAC collegato con il lettore UAPP. Dato il consenso e collegati i primi auricolari, è iniziato l’ascolto.

Sì, “i primi auricolari” perché per questa prova abbiamo voluto mischiare un po’ le carte lasciando immutato il brano prescelto e variando invece i trasduttori via via collegati, per meglio comprendere le capacità di pilotaggio e i limiti di questa piccola macchina da musica. E così abbiamo approfittato della splendida raccolta di brani eseguiti dalla London Philharmonic Orchestra diretti dal giovanissimo talento inglese Ben Gernon, 28 anni, appena uscita per la Warner Classics con il titolo “The Immersive Experience” e disponibile in HD nel formato 24/96. Dei 35 brani disponibili abbiamo scelto il famosissimo Poco allegretto che costituisce il terzo movimento della Sinfonia numero 3 di Brahms, un monumento del romanticismo dell’800.

I primi auricolari, dicevamo, sono anch’essi degli entry level, i KZ ZSX Terminator, una architettura ibrida che prevede un driver dinamico per la gamma bassa e quindi altre due vie, media ed alta, invece riprodotte da altri 5 driver ad armatura bilanciata. La prima proposizione del tema principale è interpretata dai violoncelli e dalle viole accompagnati dai violini con il supporto pizzicato dei contrabbassi; qui i ZSX amalgamano bene tutti gli archi e il contributo dei contrabbassi si sente bene.

I cavi USB per la ricarica e il collegamento dati con uno smartphone, tipo C, e un PC, tipo A, sono in dotazione al DAC. Non è presente un alimentatore.

La spaziosità della scena non è amplissima ma i piani sonori dell’orchestra si distinguono con facilità sia in orizzontale che in profondità. Anche quando i fiati capeggiati da flauti, clarinetti e oboe ripercorrono il tema principale, lo hip-dac si destreggia bene continuando a mettere tra gli strumenti quella giusta quantità di spazio che riesce a farli percepire con chiarezza.

Il tema centrale, il secondo tema, è scandito con spigliatezza ma qui il senso del ritmo un po’ si perde come si perde la profondità e parte della maestosità dei corni che riprendono il tema principale subito dopo. Per toglierci il dubbio tra DAC e trasduttore siamo saliti di livello (e non di poco) con la classe di auricolare connettendo una coppia di InEar Stagediver 4, questa volta un due vie completamente realizzato con 4 driver ad armatura bilanciata.

Il dubbio che avevamo si è subito sciolto poiché il salto di qualità dei trasduttori ha riportato tutto lo headstage alle dimensioni corrette spostando i corni in alto a sinistra, più profondi e maestosi di prima e assolutamente godibili all’ascolto. Certo di gradini da salire nella scala della qualità ce ne sono ancora e i Stagediver 4 li possono ancora percorrere, ma il piccolo hip-dac già ne ha saliti ben più di quanti ce ne aspettavamo mettendo una tacca in alto del rapporto prestazioni/prezzo.

Prova ne è quando tutta l’orchestra segue il tema principale in cui nulla rimane impastato e tutto lo spettro sonoro, dai contrabbassi ai violini, è ben governato dalla coppia di operazionali proprietari di iFi che pilotano senza incertezze i driver. Avremmo potuto fermarci qui ma il connettore bilanciato Pentaconn, assieme alla possibilità di innalzare il guadagno dell’amplificazione del segnale, ci ha fatto venire il ghiribizzo di provare anche un paio di cuffie sovraurali dinamiche, ripercorrendo lo schema seguito per gli auricolari. Abbiamo così montato il cavo bilanciato sulla cuffia Ollo S4X, premuto il tastino che aumenta il guadagno del segnale e fatto ripartire il brano.

Beh, che dire, il piccoletto non si è scomposto affatto e ha messo la giusta spinta nei driver dinamici – nemmeno piccoli, sono da 50 mm di diametro – dando il giusto rilievo al pizzicato dei contrabbassi, asciutto nell’aggancio della corda e armonico nella coda. La scena è ariosa e… l’appetito vien mangiando, per cui perché non provare anche la Denon AH-D9200? Qui il confronto diviene crudele poiché stiamo parlando di qualcosa che moltiplica per 10 il prezzo del DAC ma il piccolo sfoggia tutta la sua flemma inglese e porta fino in fondo tutto il Terzo movimento. Il piglio è meno deciso di prima ma per testarle le macchine bisogna portarle in pista, e ancora una volta tutti i giri sono percorsi regolarmente e senza sforzo. Una vettura non da F1 ma da primi posti in una delle categorie dell’endurance.

Conclusioni

Tutta la maestria acquisita da iFi nel corso di questi anni si vede nella realizzazione di questo piccolo DAC/amplificatore per cuffia. Lo hip-dac pur costituendo l’entry level del brand permette di godere in piena libertà di una più che buona riproduzione audio in mobilità.

La macchina è particolarmente adatta al pilotaggio di cuffiette intraurali anche di valore ma non sfigura affatto, anzi se la batte bene, anche con le più tradizionali cuffie dinamiche sovraurali. Lo iFi hip-dac può costituire un’ottima scelta per chi vuole godere in mobilità della musica pilotata da un comune smart-phone e fruita tramite delle buone cuffie senza impegnare in maniera significativa il proprio portafoglio.
Mario Richard – Leonardo Bianchini

Le misure

Questo piccolo ed economico DAC/amplificatore per cuffia fornisce prestazioni ampiamente rispettabili. Sia in PCM che in DSD la risposta in frequenza utile può raggiungere i 70 kHz (-3 dB) purché ovviamente la Fs sia abbastanza elevata, il che in PCM avviene a partire da 176,4 kHz ed in DSD dal DSD128, sebbene anche con il DSD a frequenza SACD (DSD64) si superino comunque i 50 kHz.

La risoluzione non è clamorosa ma buona certamente sì, superando con qualsiasi segnale HD quella del canale CD, e valutazione analoga può essere fatta per la gamma dinamica; gli spettri dei toni a basso livello mostrano comunque una leggera predilezione per i segnali PCM.

Il jitter è molto contenuto in ambo le componenti, il valore massimo di quella periodica non eccede i 17 picosecondi, e inoltre gran parte dell’energia cade a frequenze molto basse. L’uscita sbilanciata ha un’impedenza interna bassissima, ottima per il pilotaggio di cuffie dall’impedenza molto variabile, e se la cava più che bene anche in termini di capacità di pilotaggio potendo fornire 2,66 volt efficaci indistorti su 33 ohm e poco meno di un volt su 10 ohm; da tenere comunque presente che i segnali DSD escono con tensione dimezzata rispetto a quelli PCM.
Fabrizio Montanucci


iFi hip-dac
DAC e amplificatore portatile per cuffia

  • Distributore per l’Italia: ProAudio Italia S.r.l., Via Golgota 81, 70022 Altamura (BA). Tel. 080 3143224 – www.proaudioitalia.it
  • Prezzo (IVA inclusa): euro 169,00
CARATTERISTICHE DICHIARATE DAL COSTRUTTORE
  • Formati supportati: PCM fino a 384 kHz, DSD fino a 11,2 MHZ, DXD fino a 384 kHz, MQA.
  • Ingressi: USB.
  • Uscite cuffia: bilanciato 4,4 mm TRRS, sbilanciato 3,5 mm.
  • Potenza d’uscita (@ 1% THD): uscita bilanciata 400 mW carico 32 ohm, uscita sbilanciata 280 mW carico 32 ohm.
  • Batteria: 2.200 mAh ai polimeri di Litio, carica via USB C.
  • Dimensioni (PxLxA): 102x70x14 mm.
  • Peso: 125g

Author: Redazione

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