Come ottimizzare le prestazioni del subwoofer

Si sente spesso ripetere da più parti che l’entrata di un subwoofer in un impianto preesistente rappresenta sempre un’avventura critica, e che l’interfacciamento tra subwoofer e satelliti è una operazione tutt’altro che semplice. Tra i profeti dell’apocalisse musicale ed i buonisti ad ogni costo, cercheremo in questa sede di analizzare il problema dell’inserimento di un subwoofer nell’impianto con cura e rigore tecnico partendo dalla teoria per poi giungere alle conclusioni di metodo operativo, fornendo anche qualche soluzione pratica.

Quando si parla di interfacciamento tra subwoofer e satelliti, il “popolo” degli appassionati si divide in due: da un lato c’è l’estremista  che emette la sentenza netta, definitiva e granitica schierandosi immediatamente per la soluzione drastica, magari dolorosa, ma l’unica percorribile per cibarsi al tavolo della vera alta fedeltà, assoluta, apocalitticamente irraggiungibile dai comuni mortali. Dall’altro lato c’è chi semplicemente ignora il problema, pur avvertendone casualmente gli effetti spesso disastrosi, digerendo tutto con apparente dignità ed al limite intervenendo sui particolari assolutamente accessori, marginali. In genere tali suggerimenti, una serie di leggi non scritte, hanno il solo pregio di illudere su soluzioni spesso assolutamente soggettive e discutibili,  acusticamente valide in alcune condizioni ma assolutamente inadatte per altre realtà. Se ci rendiamo conto delle differenze che possono intercorrere tra una e l’altra delle innumerevoli soluzioni, sia di acustica ambientale che di implementazione dell’impianto di riproduzione, saremmo portati a pensare un po’ pessimisticamente che risulta praticamente impossibile emettere un giudizio assoluto.

Ciò spesso spiega l’enorme disparità di pareri su uno stesso diffusore, provato ovviamente con interfacce e situazioni acustiche completamente differenti. Quando si ha a che fare con le note basse occorre aggiungere l’enorme aggravante dell’ambiente di ascolto, e dell’azione di assuefazione-equalizzazione che il sistema uditivo pone in essere dopo un ascolto prolungato. Ecco perché risulta estremamente difficoltoso, dopo anni di ascolto con un tipo di diffusore (ad esempio una Rogers 3/5), passare ad un altro totalmente diverso come impostazione timbrica, come ad esempio un diffusore con un larga banda ad elevata sensibilità.  L’ascoltatore tenderà inconsciamente ad assumere la 3/5 ascoltata per anni nel proprio ambiente come riferimento interno, enfatizzando nel suo giudizio proprio le differenze tra i due diffusori e non l’ascolto in assoluto. Allo stesso modo se aggiungiamo un subwoofer o meglio una coppia di subwoofer al nostro sistema di satelliti ben conosciuto da tempo non potremo né trovare un equilibrio timbrico in poco tempo né accettarne immediatamente l’estensione verso il basso.  Dopo una prima fase di entusiasmo tenderemo  viceversa ad assumere questo “extra” come un difetto del sistema principale, esaltando nella nostra mente proprio le differenze.

Soltanto dopo un ragionevole lasso di tempo potremo “limare” l’eccedenza e cercare di uniformare il suono in maniera da dimenticarci del sub, ed assumere il suono come proveniente direttamente dai satelliti. Spesso in occasione dei test sui subwoofer abbiamo scritto che la soluzione finale di interfacciamento tra sub e satelliti è proprio quella di non riuscire più ad identificare il subwoofer e di poter giurare che i 30 o i 40 Hz siano riprodotti esclusivamente dai satelliti. Prima di giungere a questo invidiabile risultato, occorre porre in essere tutta una serie di condizioni che complicano abbastanza la vita e che spesso devono fare i conti con i subwoofer troppo economici che il mercato continua a sfornare, sempre più appiattiti sulle caratteristiche di interfaccia con i satelliti. Tra quelli che pontificano sulla inutilità del subwoofer e quelli per i quali tutti i subwoofer vanno bene, noi abbiamo preferito percorrere la strada  dalla immancabile partenza in salita: analizzare il problema dal punto di vista squisitamente tecnico e spiegarlo, partendo dalla risposta di un sistema satellite a bassa frequenza e da quella del subwoofer alle frequenze interessate dal probabile incrocio col sistema superiore. Dobbiamo ammettere che le conclusioni alle quali siamo giunti si sono rivelate in perfetto accordo con la teoria delle reti elettriche, come era prevedibile, ed assimilabili a precise sensazioni di ascolto, puntualmente venute fuori nei test di prova pratica in ambiente.

Partiamo dai satelliti

Sì, perché è proprio dall’analisi del sistema satellite alle basse frequenze che possiamo trarre le maggiori indicazioni possibili sulle modalità di incrocio col subwoofer. Il sistema di satelliti di dimensioni contenute in genere è caratterizzato da una configurazione di carico che rappresenta un compromesso difficile ma obbligatorio tra estensione, smorzamento e tenuta, tra la necessità cioè di scendere in frequenza quanto più possibile senza ottenere una sensazione sgradevole e la tenuta, magari soltanto di pochi watt, a queste frequenze. La configurazione che permette la maggior estensione, quella praticamente usata da tutti i costruttori, è quella del bass reflex più o meno smorzato, mentre  i diffusori in cassa chiusa vengono impiegati proprio quando già si ipotizza l’ausilio di un subwoofer o quando non si ha interesse per la gamma profonda, che viene scartata a priori. Vediamo comunque di chiarire il lessico ed in prima battuta i termini della questione: nel grafico di Figura 1  possiamo vedere la classica risposta di un subwoofer con le due porzioni di frequenza contraddistinte dalla definizione di passa-alto e passa-basso, che saranno utili ai lettori meno esperti per capire con cosa dobbiamo interfacciare i satelliti.

Figura 1 La classica risposta di un subwoofer, dove è possibile notare il comportamento passa-alto e quello passa-basso.

Figura 1
La classica risposta di un subwoofer, dove è possibile notare il comportamento passa-alto e quello passa-basso.

La cassa chiusa

La cassa chiusa (o sospensione pneumatica) è ovviamente quella più facile da analizzare, perché la pendenza del passa-alto naturale è ben prevedibile. L’andamento della risposta in gamma bassa infatti decresce, al diminuire della frequenza, al ritmo di 12 decibel per ogni dimezzamento della frequenza stessa (12 dB/ott).  Come possiamo vedere in Figura 2, in genere l’estensione è minore rispetto al bass reflex, tuttavia non possiamo non notare che l’andamento della fase acustica è limitato a circa 90 gradi alla frequenza a -3 decibel. L’andamento migliore della gamma più profonda potrebbe apparire preferibile, ma in genere questa è costretta a fare i conti con l’escursione già al limite dell’equipaggio mobile e con il limitato apporto delle fondamentali rispetto alle armoniche.

Figura 2 - Il classico andamento passa-alto per i satelliti a sospensione pneumatica con una pendenza di 12 decibel per ottava.

Figura 2 – Il classico andamento passa-alto per i satelliti a sospensione pneumatica con una pendenza di 12 decibel per ottava.

Nell’interfacciamento di un subwoofer con un satellite a sospensione pneumatica dobbiamo evitare nella maniera più decisa che le frequenze più basse giungano al woofer del satellite, per motivi legati alla tenuta in potenza. Per quanto sin qui visto si porrebbe quindi il problema di filtrare il satellite a sospensione pneumatica con un passa-alto, proprio per sottrarre le frequenze più profonde che non ci interessa più far riprodurre al piccolo midwoofer aumentandone considerevolmente la dinamica apparente. Questa necessità ci obbliga ad interporre tra sorgente e diffusore un filtro che altera le condizioni di risposta del satellite, aumentando l’ordine totale del passa-alto che dal secondo ordine passerà ad uno superiore, alterando sia il modulo che, ovviamente, la fase acustica della risposta, facendola assomigliare a quella di un bass reflex.

Il bass reflex

La configurazione bass reflex consente, a parità di dimensioni del box, una maggiore estensione in gamma bassa, che a volte viene indicata, erroneamente, come una maggior efficienza in tale gamma. Come spesso avviene in acustica, ogni miglioramento delle condizioni di emissione viene pagato con qualcosa. Nel nostro caso ci scontriamo con un condotto di accordo in più, e con un carico visto dall’amplificatore leggermente più complesso: il modulo ora presenta due picchi, uno prima ed uno immediatamente dopo la frequenza di accordo, che è caratterizzata invece da un valore minimo, come visibile in Figura 3.

Figura 3 - L’anda­mento del modulo dell’impedenza di un satellite bass reflex.

Figura 3 – L’anda­mento del modulo dell’impedenza di un satellite bass reflex.

Questa complessità dell’impedenza potrebbe non preoccuparci più di tanto  se impieghiamo un filtro attivo posto tra sorgente ed amplificatore, ma va soppesato attentamente se vogliamo realizzare un filtro passivo, ove le variazioni di modulo diventano fondamentali per il corretto funzionamento dell’insieme. La risposta di un bass reflex varia a seconda della frequenza di accordo scelta in relazione al volume del box ed ai parametri elettrici del midwoofer impiegato. In Figura 4 sono visualizzati i limiti consueti entro i quali ci possiamo trovare, nell’ipotesi di un satellite dotato di woofer da 13-16 centimetri di diametro nominale. Come possiamo vedere la pendenza varia da 18 decibel (allineamento QB 3) per ottava a circa 24 (allineamento B 4), con una rotazione della fase praticamente raddoppiata rispetto alla sospensione pneumatica: alla frequenza di accordo o più in basso la fase vale infatti 180 gradi, che vengono visualizzati per una convenzione dovuta alla comodità grafica con un passaggio per lo zero ed un successivo rialzo, ma che nella pratica continua a scendere verso il basso andando fuori grafico.

Figura 4 - La risposta di un satellite reflex può variare in un intervallo di pendenze tra i 18 ed i 24 decibel per ottava, con la fase acustica che peggiora notevolmente rispetto alla sospen­sione pneumatica.

Figura 4 – La risposta di un satellite reflex può variare in un intervallo di pendenze tra i 18 ed i 24 decibel per ottava, con la fase acustica che peggiora notevolmente rispetto alla sospen­sione pneumatica.

Il subwoofer ed i suoi problemi

Abbiamo sinora focalizzato l’attenzione sui satelliti, o meglio sull’andamento della risposta dei satelliti alla loro più bassa frequenza utilmente riproducibile. Nello stesso intervallo di frequenze ovviamente occorre ora analizzare i subwoofer, con un occhio alla teoria ed un altro, non sempre coincidente, alla pratica delle realizzazioni odierne. Le configurazioni possibili per un subwoofer sono molte, e tutte tese ad ottenere il solito mix tra estensione, tenuta in potenza e smorzamento, ma per il momento non ci interesseremo di come venga ottenuta la riproduzione delle frequenze più basse, concentrando la nostra attenzione  ovviamente alla zona di confine tra subwoofer e satellite, praticamente sul lato passa-basso della risposta.  Occorre considerare che con l’avvento del multicanale l’industria si è messa in moto velocemente, sfornando da un lato trasduttori incredibilmente possenti, almeno al livello di escursione e tenuta in potenza, e dall’altro appiattendo in maniera violenta tutto quanto sta a monte del woofer. Si va delineando un particolare tipo di prodotto commerciale, il cosiddetto sub-economico che deve conciliare, affinché ne sia appetibile l’acquisto, dimensioni, estensione ed ovviamente… costi. Si tratta insomma del cosiddetto “subwoofer standard”. Possiamo infatti notare come molti box siano costruiti come se dovessero ospitare dei “submidrange”, con una realizzazione lignea ridotta all’osso, ed elettroniche che a dispetto del marchio in bella evidenza ripropongono all’interno la stessa identica scheda di preamplificazione, trattamento del segnale ed amplificatore di potenza. E qui, signori, casca l’asino, qui si crea il problema di interfacciamento a volte difficile con i satelliti. Ma esploriamo con calma tutto quello che succede per farcene una idea precisa.

La gamma di incrocio con i satelliti e l’analisi passo passo delle elettroniche di controllo e trattamento

La quasi totalità dei subwoofer è amplificata autonomamente, con una unità di potenza composta da due schede, due “blocchi circuitali notevolmente separati: la scheda di equalizzazione, controllo del livello  e cross­over elettronico che tratta appunto il segnale in ingresso, e quella di amplificazione che si preoccupa di fornire al woofer l’energia necessaria a generare forti pressioni.
La scheda che in questa sede ci interessa maggiormente è  quella che modifica il passa-basso del subwoofer, condizionata dalle caratteristiche del filtro elettronico a frequenza variabile.  La risposta verso le frequenze medio-alte di un subwoofer in genere è lineare, nei casi peggiori, almeno fino a 500-700 Hz, motivo per il quale la “forma” della risposta all’incrocio col satellite dipenderà in larga misura proprio dal filtro passa-basso a frequenza variabile inserito nel controllo elettronico. In genere sui subwoofer si “ha diritto” ad un filtro passa-basso del secondo ordine, mentre sui subwoofer più attenti all’interfacciamento capita sempre più spesso di poter scegliere tra secondo e quarto ordine.  Andiamo a questo punto  a studiare una scheda di trattamento-condizionamento per subwoofer, ovvero tutto quello che modifica il segnale prima dell’amplificatore vero e proprio, e cerchiamo di capire come questa condizioni l’interfacciamento.

La “scheda per eccellenza” di Figura 5, quella che nei test spesso chiamo “scheda con ingressi, uscite e controlli standard”, propone uno stadio di ingresso che riduce con un partitore resistivo il segnale di potenza a quello di preamplificazione, seguito da un miscelatore dei due canali, un passa-alto sottosmorzato, puntualmente allineato molto in alto (38-45 Hz), seguito infine da un passa-basso del secondo ordine a frequenza variabile mediamente tra i 40 ed i 140 Hz ed un deviatore per invertire la fase. Lo stadio successivo è costituito ovviamente dall’ampli di potenza, generalmente a transistor od a mosfet con 100 watt “onesti” su quattro ohm. Va notato che in genere per una fase dichiarata di 0° i cavi collegati all’altoparlante sono invertiti nel collegamento. Alla domanda sul perché di questa apparente e costante contraddizione, un progettista di elettroniche mi ha risposto che ciò non deriva dal fatto di avere il sistema pre-ampli invertente, ma perché si ritiene che IN GENERE in controfase il sistema si adatti meglio ai satelliti, ed anche perché si è notata una certa avversione, da parte dei clienti, ad usare il deviatore di fase in posizione 180° ( !!! ).

figura 5 - Schema elettrico semplificato di una scheda di controllo da subwoofer: notiamo il miscelatore dei due canali seguito dal passa-alto che rinforza l’estensione della gamma bassa ed il passa-basso del crossover elettronico.

figura 5 – Schema elettrico semplificato di una scheda di controllo da subwoofer: notiamo il miscelatore dei due canali seguito dal passa-alto che rinforza l’estensione della gamma bassa ed il passa-basso del crossover elettronico.

Lo stadio di ingresso in genere attenua pochissimo il segnale input a livello linea, mentre ovviamente attua un deciso abbassamento del segnale a livello di potenza, offrendo all’amplificatore dei satelliti un blando carico di qualche centinaio di ohm. Una volta ridotto il livello ad una tensione uguale a quella del segnale di linea, si miscela il canale sinistro e quello destro con un amplificatore operazionale dotato di guadagno e poi se ne controlla in uscita il livello col potenziometro del volume. Va notato che in caso di saturazione dello stadio di ingresso abbassare il volume non serve a nulla perché è lo stadio precedente al controllo di volume a distorcere. Questa faccenda apparentemente incomprensibile della mancanza di attenuazione decisa e della successiva ulteriore amplificazione deriva direttamente, incredibile ma vero,  dalla “mania” di molti “users” di pretendere un livello elevato di pressione del subwoofer pur col potenziometro del volume posto a meno della metà della sua corsa. Prima del potenziometro del volume il segnale si sdoppia,  e ulteriormente amplificato va ad alimentare il circuito di autoaccensione costituito da un comparatore a soglia che in presenza di qualche millivolt fornisce tensione allo stadio di potenza, tenendolo acceso per qualche minuto anche in assenza di segnale tanto per non lasciarci sul più bello durante un piano orchestrale. Dal potenziometro di volume si giunge al passa-alto elettronico, che in figura è costituito dai due condensatori C e dalle due resistenze R, mentre in controreazione il guadagno è regolato dall’equazione classica del rapporto tra R1 ed R2. Le equazioni che regolano il dimensionamento, una volta scelta la frequenza di taglio ed il Q, ovvero il fattore di merito, sono esposte direttamente nella figura. Lo stadio successivo rappresenta il crossover passa-basso del secondo ordine a frequenza variabile, visto che una parte delle due resistenze è costituita da un potenziometro. Alla frequenza più alta dell’incrocio la resistenza variabile vale zero, cosicché il valore resistivo è costituito dalle due resistenze Rh, mentre alla frequenza più bassa le due resistenze da tenere in conto sono Rh in serie all’intero valore delle resistenze variabili Rv. È ovvio che per posizioni intermedie del potenziometro si ottengono frequenze variabili. Il fattore di merito vale 0,707 per un passa-basso del tipo Butterworth, oppure più spesso 0,5 per un passa-basso del tipo Linkwitz-Riley, caratterizzato dall’attenuazione di sei decibel al punto di incrocio.

La natura delle percussioni

A parte le note tenute dell’organo, possiamo ammettere che quando pensiamo alla gamma bassa ci viene in mente una percussione di grancassa. Bene, ci siamo procurati questo tipo di percussione “confinata” in un file WAV (Figura 6).

Figura 6 Visualizzazione con Cool Edit Pro del colpo di grancassa registrato.

Figura 6
Visualizzazione con Cool Edit Pro del colpo di grancassa registrato.

Tutto il file dura un secondo e mezzo, visto che abbiamo lasciato che il segnale si attenuasse fin quasi a scomparire. Ad un primo esame possiamo notare come i primi istanti siano caratterizzati dalla presenza delle armoniche superiori ad un livello simile a quello della fondamentale, che emerge solo in un secondo tempo posizionata poco sopra i 40 Hz, come possiamo vedere dall’analisi spettrale di Figura 7.

Figura 7 - Analisi  spettrale della stessa percussione: notiamo la presenza e l’intensità delle prime armoniche.

Figura 7 – Analisi spettrale della stessa percussione: notiamo la presenza e l’intensità delle prime armoniche.

Se noi riuscissimo a far emettere la fondamentale dal subwoofer e le armoniche dai satelliti sposteremmo su questi ultimi la localizzazione, e se riuscissimo, ancora, a realizzare un incrocio acustico caratterizzato dallo stesso andamento delle fasi potremmo ammettere di riuscire facilmente a ricomporre il suono originale col mix di subwoofer e satelliti. Si potrebbe così far realmente “scomparire” definitivamente il sub “con il basso profondo che viene fuori quasi tutto dai satelliti”, come recitiamo spesso nei test di ascolto. Questa determinazione limita la frequenza di taglio papabile tra i 60 e gli 80 Hz, ma aggiunge un ulteriore aggravio, quello della frequenza troppo bassa per il satellite, critica sia per la tenuta che per l’eventuale passa-alto passivo, che deve essere calcolato nelle vicinanze del secondo picco di impedenza. Ad un’attenta analisi dell’andamento delle armoniche durante la percussione ci accorgiamo che è la terza armonica ad essere in maggiore evidenza, cosa che ci permette di spostare ad oltre 100 Hz la frequenza di incrocio possibile. Se poi le fasi acustiche di “sub & sat” sono identiche, possiamo ammettere che la seconda armonica ad 84 Hz sarà ricostruita perfettamente grazie all’apporto di entrambi, sia del subwoofer che del satellite.
Il primo dei traguardi da raggiungere allora è costituito dall’andamento delle fasi acustiche che devono essere quanto più “simili” possibile, e per ottenere questo effetto saremo disposti a cedere volentieri a qualche leggera esitazione nell’andamento della risposta totale, convinti che un andamento corretto delle fasi possa molto di più in termini di correttezza timbrica di qualche ondulazione della risposta.

L’incrocio possibile

Forti della nostra convinzione andiamo a vedere come sia possibile attuare un incrocio ragionato. Dovremmo cercare in buona sostanza di uguagliare gli andamenti del passa-basso del subwoofer e del passa-alto del satellite, facendo in modo che le pendenze siano simili e che le fasi siano sovrapponibili. Il caso più difficile, in assenza di adeguata strumentazione, è rappresentato da un subwoofer “standard” con pendenza a 12 dB/ott e da un satellite bass reflex con pendenza ovviamente molto maggiore. In mancanza di un’apparecchiatura idonea  occorre armarsi di pazienza ed accettare, ovviamente, qualche compromesso, curando di leggere attentamente le misure pubblicate e di conoscere perfettamente “i propri polli”. Torna utile, molto spesso, dotare il satellite di un filtro passa-alto del primo ordine, con una frequenza di taglio attorno agli 80-100 Hz, filtro che serve, come abbiamo visto, anche a limitare l’escursione del midwoofer alle frequenze bassissime. La somma di questo filtro molto blando con l’andamento classico del bass reflex da circa 60 Hz porta ad una risposta apparentemente molto strana, caratterizzata da  un andamento del quarto ordine a frequenza più bassa e da una pendenza molto blanda fino alla gamma medio-bassa, con un guadagno di una quarantina di gradi sull’andamento della fase acustica. L’unione tra filtro passa-alto attivo e satellite è molto facile da realizzare, interponendo semplicemente un condensatore di valore opportuno avanti all’ingresso dell’amplificatore dei satelliti. Se conosciamo l’impedenza di ingresso dell’amplificatore possiamo calcolare il condensatore con la formula:
C = 1000/( 2 x 3,1415 x F x Z)
dove
C = valore del condensatore in microfarad
Z = impedenza di ingresso in kiloohm
F  = frequenza del passa-alto in Hz.

Ad esempio con un amplificatore dall’impedenza di ingresso di 22 kohm e per 80 Hz di frequenza di taglio occorre un condensatore da 0,0904 microFarad, come a dire 90 nanoFarad in serie all’ingresso. Provando con valori più o meno vicini a quello calcolato, potremo tenere per buono quello che riesce ad equilibrare timbrica e fase acustica, facilmente riconoscibile proprio nella riproduzione delle percussioni che devono provenire dal satellite. Se ancora non riuscissimo a trovare un buon affiatamento tra i due litiganti, occorre modificare la fase. Per i sub sprovvisti di tale utilissimo dispositivo… ho riservato un piccolo box di chiarimento. Per ritardare il sub possiamo allontanarlo od avvicinarlo di un metro alla volta, sempre nell’ipotesi che la frequenza di taglio scelta sia prossima agli 80 Hz. Un metro di spostamento in avanti equivale ad un anticipo sui satelliti di 90 gradi, mentre un pari arretramento equivale ad altrettanti gradi di ritardo. Trovato un equilibrio accettabile tra risposta totale ed “ipotesi di fase corretta”, non ci resta che testare il sistema con una percussione molto violenta, tale da coinvolgere pesantemente i satelliti almeno nell’attacco. A tale proposito si può utilizzare il piccolo file da 136 kb che ho utilizzato io stesso con successo in più di una occasione. Chiunque ne farà richiesta potrà ottenerlo gratuitamente ed utilizzarlo per la messa a punto del sistema HT sulle basse frequenze.

di Gian Piero Matarazzo


Lo sfasatore tra desiderio, mito e realtà

Come abbiamo potuto vedere, uno sfasatore connesso nel circuito di controllo di un subwoofer attivo può rappresentare spesso la soluzione per eccellenza alla messa a punto della convivenza tra satelliti e subwoofer. Nelle schede cosiddette “standard” è un controllo che manca, mentre realizzarne uno ad hoc è impresa tutt’altro che difficile, se si ha un po’ di pratica con circuiti stampati e circuiti integrati. Lo schema proposto in Figura 8 rappresenta lo stadio classico, caratterizzato da due circuiti sfasatori da 90° ciascuno, per un totale di 180 gradi. Le note da aggiungere in verità sono poche: i due potenziometri ovviamente sono uniti meccanicamente, mentre resistenze e condensatori devono essere di decorosa tolleranza, senza comunque strafare.

Figura 8 - Classico circuito sfasatore per una regolazione continua da 0 a 180 gradi.

Figura 8 – Classico circuito sfasatore per una regolazione continua da 0 a 180 gradi.

Occhio, questo circuito si preoccupa di variare la fase a seconda della regolazione del potenziometro senza preoccuparsi della fase acustica del sub: la cambia e basta. Oltre alla fase acustica del sub occorre tenere in conto l’apporto del crossover elettronico, che a sua volta varia la fase a seconda della frequenza di taglio. Sembrerebbe un caso disperato ma non lo è. In effetti, con una buona escursione della fase si può centrare l’incrocio perfetto con una certa facilità. Anche lo sfasatore che si “autoallinea” al variare della frequenza di taglio non è difficile da progettare rendendo variabili elettronicamente proprio i condensatori del delay, ma ciò presuppone una scelta precisa: o si realizza un potenziometro quadruplo o si realizzano filtri passa-basso, sfasatore e condensatori elettronici variabili con degli OTA, operazionali in transconduttanza, in modo da utilizzare un solo potenziometro singolo per la frequenza di taglio e per i condensatori variabili dello sfasatore. Devo ammettere che in questo caso il progetto si complica leggermente, ma provate un attimo a pensare alla versatilità di una  scheda di controllo così ottenuta: praticamente possiamo fare quello che vogliamo, aggiungendo, semmai, due filtri parametrici per controllare la timbrica in ambiente!

G.P.M.


da Digital Video n. 51 novembre 2003

Author: redazione

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1 Comment

  1. Mi è oscuro come l’uso di un passaalto anteposto al passabasso rafforzi le note basse.
    L’esemplificazione di un colpo di grancassa per indicare i bassi profondi mi lascia pensare che la nota sia indirizzata prevalentemente agli automobilisti che ascoltano musica da discoteca più che al popolo cvhe ascolta “tutta” la BUONA musica.
    in questultimo caso si sarebbero scelte le prime note di un pianoforte Fazioli o le note delle canne del registro da 32 piedi di un organo.
    Questi strumenti emettono note basse significative per far scegliere l’uso di un subwoofer
    Saluti Gabriel Celoria

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